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Le 3 componenti del dolore.

Perché le comunità Zulu e Aborigene tollerano meglio il dolore, e soprattutto ne provano meno? La risposta a questa domanda dice moltissimo su come funziona il dolore, e su cosa possiamo farci.

Cos'è il dolore? Perché lo proviamo? E cosa possiamo fare per gestirlo?

In questo articolo capirai perché è importante l'educazione al dolore, quali sono le componenti che lo influenzano e come queste possano davvero impattare sulla sua gestione. Lo faremo prendendo spunto dalle migliori evidenze venute fuori in questi anni sulla Pain Neuroscience Education, l'educazione alle neuroscienze del dolore.

Cos'è il dolore?

Nella credenza comune il dolore viene paragonato a un campanello d'allarme, che si accende quando qualcosa non va. Ma in realtà non è sempre così.

Il dolore non è solo un messaggio dei tessuti in seguito a un danno: è un'esperienza complessa elaborata dal nostro cervello, i cui risultati sono spesso bizzarri e tutt'altro che scontati.

L'associazione internazionale per lo studio del dolore lo definisce come "un'esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata, o simile a quella associata, a un danno tissutale reale o potenziale".

Sì, okay. Ma in parole povere?

Perché proviamo dolore.

Da quella definizione emergono tre punti fondamentali.

  • Il dolore non è causato solo da un danno reale, ma anche da uno potenziale. Prova a estendere il dito indice verso l'avambraccio: a un certo punto sentirai dolore, sicuramente non per una lesione. Il dolore insorge per ricordarti di non andare oltre.
  • Non è solo un'esperienza sensoriale, ma anche emotiva. Il dolore è amplificato o modulato ampiamente dal cervello: una lesione minuscola può provocare tanto dolore se avviene in condizioni di catastrofismo.
  • Possiamo provare dolore anche in condizioni solo simili a quelle che lo provocherebbero. Pensa a quando sei dal dentista: al solo sentire il rumore del trapano hai già provato dolore.

Il dolore, insomma, è influenzato da numerosi fattori, che i ricercatori hanno racchiuso in tre grandi famiglie.

Le tre componenti come cerchi concentrici 01 Biologia 02 · VISSUTO PERSONALE 03 · CONTESTO SOCIALE E CULTURALE Biologia vie nervose, capacità dei tessuti, livello di infiammazione Vissuto personale come ti hanno insegnato a leggere il dolore, in famiglia e tra i pari Contesto cultura, medici, informazione, cosa la società racconta del dolore Il cerchio più grande influenza il più piccolo: la cultura forma le famiglie, le famiglie formano la tua biologia.
Tre cerchi concentrici. È il motivo per cui due persone con la stessa identica risonanza possono avere vite completamente diverse: il dolore che provi non dipende solo dai tuoi tessuti, ma anche da cosa ti hanno insegnato a pensarne.

1. La biologia.

Sembra esistere una certa predisposizione genetica al dolore. Tanto è vero che esiste anche una condizione rarissima, l'insensibilità congenita al dolore, in cui non lo si prova affatto: e chi ne è affetto rischia di non accorgersi di eventi anche gravi.

Per fortuna, però, la biologia del dolore è modificabile. Possiamo modulare le vie nervose e allenare la capacità di carico dei tessuti.

Modulazione delle vie nervose

Tramite l'attività fisica siamo in grado di indurre un fenomeno molto simile a quello dei farmaci analgesici, ma a costo zero e senza effetti collaterali: l'ipoalgesia indotta dall'esercizio.

Molti studi dimostrano che l'esercizio permette all'organismo di secernere oppioidi endogeni. L'aumento della concentrazione di beta-endorfine è associato a un innalzamento della soglia del dolore, e può causare quello stato che chiamiamo euforia da esercizio.

Oltre alle endorfine il cervello secerne anche le encefaline, che sopprimono il dolore con una finalità diversa: consentire all'organismo di affrontare lo stimolo doloroso restando lucido e vigile, invece di lasciare che il dolore inondi il sistema provocando panico e confusione.

Sembra inoltre coinvolto anche il sistema endocannabinoide: l'esercizio aumenta i livelli circolanti di endocannabinoidi, e i due sistemi si attivano a vicenda.

Capacità di carico dei tessuti

Il principio è semplice e vale per tutto:

  • Tutti i tessuti hanno una loro capacità di carico.
  • Se applichiamo un carico maggiore rispetto a quella capacità, il rischio di infortunio aumenta.

Un'esposizione graduale nel tempo permette ai tessuti di adattarsi: muscoli, tendini e ossa diventano più forti, più resilienti e meno sensibili al dolore.

È esattamente quello che sbagliano molte persone che, dopo anni di inattività, riprendono a fare sport con carichi troppo elevati rispetto alle loro capacità attuali. Il corpo non ha il tempo di adattarsi.

L'infiammazione sistemica cronica

Esiste una condizione che altera notevolmente la conduzione delle vie del dolore: l'infiammazione sistemica cronica di basso grado.

In particolare abbassa la soglia del dolore, per cui basterà uno stimolo più piccolo per farci provare un dolore più grande. È quello stato in cui iniziamo a sentire dolorini un po' ovunque: articolazioni, schiena, cervicale, mal di testa, spossatezza.

Da cosa è causata? Da quattro pilastri del nostro stile di vita:

  • Esercizio fisico: scarse dosi settimanali contribuiscono all'insorgenza. L'attività aerobica moderata e prolungata sembra la migliore alleata.
  • Alimentazione: una dieta ricca di zuccheri e grassi saturi è tra i principali colpevoli. Al contrario, fibre, verdure, frutta secca e omega 3 sono ottimi alleati.
  • Igiene del sonno: il riposo è uno degli aspetti fondamentali per ridurre lo stato infiammatorio.
  • Condizioni emotive: stress, ansia e depressione sono fortemente collegati a una maggior produzione di molecole infiammatorie.

Se ti riconosci in questo quadro, ne ho parlato per esteso nella guida sui dolori muscolari diffusi.

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2. Il vissuto personale.

Le credenze familiari hanno una forte influenza sul nostro modo di rapportarci al dolore.

È stato dimostrato che se il dolore viene vissuto in famiglia come un evento tragico, che porta all'inattività e a evitare certi movimenti perché ritenuti pericolosi, diventa estremamente facile cadere nella catastrofizzazione.

Se invece si cresce in un contesto che educa a una comprensione corretta del dolore, questo porta a una tolleranza maggiore: trattandolo come un normale fenomeno protettivo, che non sempre indica un danno, siamo in grado di gestirlo e continuare a muoverci.

La somatizzazione: quando il dolore è un segnale in uscita

Comunemente si pensa al dolore come a un segnale in entrata: c'è una lesione, i recettori la rilevano, l'informazione arriva al cervello che decide quanto dolore assegnarle.

Tante volte però il dolore è un segnale in uscita, che parte dal cervello. Anche in assenza di danno, un cervello sotto sforzo eccessivo genera dolore per avvertirci che sta lavorando troppo.

Questo fenomeno si chiama somatizzazione, e avviene in condizioni di stress elevato, stile di vita non idoneo, stato di forma scadente, infiammazione alta. In pratica il cervello, per proteggersi, manda segnali dolorifici per richiamare la nostra attenzione, nella speranza che recepiamo il messaggio.

Sono quei dolori a cui non sappiamo dare una causa specifica, il cosiddetto dolore aspecifico: lombalgia, cervicalgia, dolori articolari, mal di testa, a volte anche disturbi gastrointestinali.

L'effetto placebo (e il suo gemello cattivo)

Per capire quanto il cervello moduli il dolore, vale la pena parlare dell'effetto placebo.

Numerosi studi hanno dimostrato come una semplice compressa di zucchero possa indurre effetti terapeutici reali. Si è visto che sostituendo la morfina con acqua distillata, in pazienti abituati a riceverla, si attivavano le stesse aree cerebrali attivate dalla morfina.

Come è possibile? Grazie a due fattori: l'aspettativa e il condizionamento. Se mi aspetto di provare dolore, molto probabilmente lo proverò. Se sono condizionato negativamente dal mio contesto, ne proverò di più.

Esiste anche il rovescio della medaglia, che si chiama effetto nocebo. In un esperimento due gruppi assumevano lo stesso identico farmaco, ma solo uno leggeva prima il foglietto illustrativo con gli effetti collaterali. Una quota molto alta di chi aveva letto sperimentò esattamente quegli effetti.

Ed è esattamente quello che succede quando ti consegnano un referto pieno di parole spaventose. Ne ho parlato a proposito dell'ernia del disco.

3. L'ambiente e il contesto sociale.

Torniamo alla domanda iniziale: come mai le comunità Zulu e Aborigene provano meno dolore rispetto alla nostra cultura?

La risposta sta nel loro ambiente e nel loro contesto sociale. Possiamo vedere questa terza componente come un'estensione della seconda: è come se fossero cerchi concentrici, in cui il più grande influenza il più piccolo. Il contesto culturale forma le famiglie, le famiglie formano noi e la nostra biologia.

Se le figure eminenti del nostro ambito sociale, come medici o fisioterapisti, ci educano ad astenerci dal movimento non appena abbiamo dolore, a dare importanza a ogni minimo fastidio, a vedere il dolore solo come qualcosa di cui aver paura, ci hanno portato verso la catastrofizzazione.

Al contrario, se l'ambiente sociale minimizza l'impatto del problema, questo perde molta della sua potenzialità disabilitante.

Le ricerche hanno mostrato che la disabilità legata al mal di schiena è in buona parte una condizione iatrogenica: indotta dal sistema sanitario stesso. L'educazione che abbiamo ricevuto ci ha portato a catastrofizzare, peggiorando di fatto il decorso naturale del problema.

Nelle comunità Zulu e Aborigene questo non succede. Quando un Aborigeno ha mal di schiena, credi che smetta di lavorare, di raccogliere nei campi, di cacciare? Assolutamente no. La loro aspettativa verso il dolore è positiva, e questo li porta a un approccio completamente diverso dal nostro.

Una precisazione, perché non voglio essere frainteso: questo non significa che il dolore vada ignorato, né che sia "tutto nella testa". Significa che il significato che gli attribuiamo cambia concretamente quanto ci limita.

Cosa devi portarti a casa.

Il dolore è un processo elaborativo, influenzabile da numerosi fattori. Ed è per questo che acquista importanza l'educazione al dolore.

Capire che l'esperienza dolorosa può essere modificata a partire da un cambio di prospettiva è fondamentale. Lorimer Moseley, uno dei maggiori ricercatori in questo campo, parla di "riconcettualizzazione del dolore".

Il dolore è frutto anche di come pensiamo e di cosa conosciamo: modificando il modo di pensare e le nostre conoscenze, anch'esso viene modificato. G. Lorimer Moseley

In pratica, tradotto in cose da fare: muoviti con gradualità, dormi, gestisci lo stress, e soprattutto fai attenzione a come ti racconti il tuo dolore. Perché quella storia entra nel conto.

Ci leggiamo alla prossima,
Rob 🙂

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Roberto Bombagi

Roberto Bombagi

Fisioterapista e divulgatore scientifico

Da diversi anni mi occupo di divulgare salute e benessere generale, traducendo la ricerca scientifica su dolore, sonno e stress in cose che puoi applicare davvero, senza scorciatoie e senza allarmismi. La salute non è questione di genetica: con le scelte quotidiane puoi fare molto più di quanto pensi.

Fonti

  1. Raja SN, Carr DB, Cohen M, et al. The revised International Association for the Study of Pain definition of pain. Pain, 2020;161(9):1976-1982.
  2. Moseley GL, Butler DS. Fifteen years of explaining pain: the past, present, and future. The Journal of Pain, 2015;16(9):807-813.
  3. Rice D, Nijs J, Kosek E, et al. Exercise-induced hypoalgesia in pain-free and chronic pain populations. The Journal of Pain, 2019;20(11):1249-1266.
  4. Benedetti F. Placebo effects: from the neurobiological paradigm to translational implications. Neuron, 2014;84(3):623-637.
  5. Lin IB, O'Sullivan PB, Coffin JA, et al. Disabling chronic low back pain as an iatrogenic disorder: a qualitative study in Aboriginal Australians. BMJ Open, 2013;3(4):e002654.
[ Domande frequenti ]

Il dolore: risposte rapide.

No. Il dolore può nascere da un danno solo potenziale, o addirittura in assenza di danno. È un'esperienza costruita dal cervello, che decide quanto dolore assegnare a un segnale in base a molti fattori, incluse emozioni e aspettative.

Sì, attraverso l'ipoalgesia indotta dall'esercizio: l'attività fisica stimola il rilascio di oppioidi endogeni come le beta-endorfine, che alzano la soglia del dolore. Un effetto simile a un analgesico, a costo zero e senza effetti collaterali.

È quando il dolore non è un segnale in entrata dai tessuti, ma in uscita dal cervello. Anche senza lesione, un cervello sotto sforzo prolungato può generare dolore per richiamare l'attenzione. È il caso tipico del dolore aspecifico a schiena, collo e testa.

Può succedere, ed è l'effetto nocebo. In un esperimento, chi leggeva gli effetti collaterali prima di assumere un farmaco li sperimentava molto più spesso di chi non li leggeva. Vale lo stesso per i referti pieni di parole spaventose.

Assolutamente no, ed è un fraintendimento che va evitato. Il dolore è sempre reale, anche quando nessun esame mostra qualcosa. Dire che il cervello lo modula significa che ci sono più leve su cui agire, non che te lo stai inventando.