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Artrosi al ginocchio.

Scale, salite, discese, strade sconnesse e falsi piani. Al solo pensiero lo senti anche tu quel dolorino alle ginocchia che ti perseguita da tanti, forse troppi anni? E la diagnosi la conosci già.

Le radiografie fatte sono tante quante le gocce d'acqua in un temporale estivo, e la diagnosi la conosci già: artrosi al ginocchio.

Sì, ma ti sei mai chiesto che cos'è davvero questa maledetta artrosi al ginocchio?

In questo articolo vediamo cos'è, quali sono le cause, come si affronta, ma soprattutto come possiamo prevenirla.

Cos'è l'artrosi al ginocchio.

Per capirlo dobbiamo partire dalle basi: cos'è un'articolazione e come funziona.

In un'articolazione due ossa si trovano a contatto, e la cartilagine articolare ricopre come un cappello le parti che si toccano. Ha un colorito bianco perlaceo e funziona come un cuscinetto ammortizzatore: permette lo scorrimento reciproco di un osso sull'altro.

Se questa cartilagine si assottiglia, come succede nell'artrosi, un osso non riesce più a scorrere bene sull'altro. È un po' come provare a far scorrere una grattugia contro un'altra grattugia: esempio poco elegante, ma rende bene l'idea.

Illustrazione anatomica in sezione del ginocchio con femore, tibia, rotula, cartilagine articolare e menisco

  • Due ossa che non si toccanoFemore sopra, tibia sotto. Tra loro la cartilagine articolare: uno strato liscio che permette lo scorrimento quasi senza attrito.
  • Il menisco, il cuneo di appoggioDistribuisce il carico su una superficie più ampia, invece di concentrarlo in un punto.
  • Cosa cambia nell'artrosiLa cartilagine si assottiglia e lo spazio si riduce. Ma assottigliata non vuol dire finita, e non è una condanna al dolore.
  • Perché il movimento non la consumaLa cartilagine non ha vasi sanguigni: si nutre per compressione e decompressione. Il carico graduale la alimenta, l'immobilità la impoverisce.

Illustrazione anatomica realizzata su misura per Wild Human.

Guarda dove lavora la cartilagine. È quello strato sottile tra femore e tibia. Il punto che quasi nessuno racconta è che si nutre proprio del carico: per questo camminare non consuma il ginocchio, lo mantiene.

I fattori di rischio.

È quasi impossibile attribuire l'artrosi a una sola causa: di norma è il risultato di una combinazione di fattori. E qui c'è una distinzione che conta più di ogni altra cosa.

Fattori modificabili e non modificabili NON PUOI CAMBIARLI Età Genetica Sesso femminile (dopo i 55) Traumi già avvenuti inutile prendersela PUOI AGIRE QUI Peso corporeo Forza della muscolatura della coscia Livello di attività fisica Fumo e condizioni metaboliche è qui che si gioca la partita
Metà dei fattori non dipende da te. L'altra metà sì. Ed è su quella metà che si decide quanto l'artrosi condizionerà le tue giornate: peso e forza muscolare della coscia sono le due leve con più impatto.

Sul peso il motivo è intuitivo: più carico significa più stress per la cartilagine. Sulla forza muscolare un po' meno, ma è altrettanto importante: una muscolatura della coscia più forte ammortizza e alleggerisce il carico che il peso del corpo scarica sul ginocchio.

Sulle attività: alcuni lavori implicano carichi eccessivi sulle ginocchia, e alcuni sport le espongono a traumi e microtraumi ripetuti. Ma attenzione a non trarne la conclusione sbagliata, come vedremo tra poco.

Radiografia e dolore.

Una cosa che vale la pena dire chiaramente, perché cambia il modo in cui vivi la diagnosi.

Il dolore che senti non corrisponde a quello che si vede in radiografia. Ci sono persone con immagini molto compromesse e poco dolore, e persone con alterazioni modeste e dolore importante.

Ed è lo stesso discorso che faccio per la schiena, nella guida sull'ernia del disco: quello che si vede in un'immagine e quello che senti sono due cose collegate, ma non sovrapponibili.

Sul decorso, poi, va detta una cosa: la cartilagine non torna come nuova, questo è vero. Ma non è vero che il peggioramento sia inevitabile e lineare. In molte persone i sintomi si stabilizzano, o migliorano nettamente lavorando su peso, forza e attività fisica, anche quando la radiografia resta identica.

Quindi sì, giocare d'anticipo è la mossa migliore. Ma se la diagnosi è già arrivata, non è finita nulla.

[ Prima di continuare ]

Due leve contano più delle altre: peso e forza.

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Il trattamento conservativo.

Prevede l'eliminazione dei fattori di rischio e l'adozione di strategie che alleviano i sintomi e rallentano la progressione. Tra i vari trattamenti:

  • L'esercizio fisico. Ha molteplici scopi: stimolare la produzione del liquido sinoviale, quello che lubrifica la cartilagine, preservare la mobilità articolare e rinforzare la muscolatura di tutto l'arto inferiore.
  • La gestione del peso. Il peso eccessivo è tra i principali fattori di rischio, quindi ridurlo porta un beneficio diretto all'articolazione.
  • Gli antinfiammatori. Paracetamolo e antinfiammatori non steroidei per bocca, e in caso di fallimento le iniezioni di corticosteroidi. Sono strumenti per gestire le fasi più acute, da usare in accordo con il medico.
  • Le iniezioni di acido ialuronico. Usate per lubrificare l'articolazione. Va detto che le prove sulla loro efficacia sono discordanti: alcune persone ne traggono beneficio, ma non sono la soluzione principale.

Il consiglio, in accordo con la ricerca attuale, è preferire sempre l'esercizio fisico e la fisioterapia, associati a un'alimentazione equilibrata per la gestione del peso. Sono i due punti chiave, ancora prima dei farmaci.

E qui il messaggio più importante di tutto l'articolo: muoversi non consuma il ginocchio, lo protegge. La paura di "consumare la cartilagine" porta molte persone a smettere di camminare, e quella è la strada più rapida per perdere forza e peggiorare i sintomi.

Cosa funziona, in pratica: rinforzo di quadricipite e glutei, esercizi a basso impatto come bici e nuoto, camminata regolare, e progressione graduale dei carichi. Se vuoi capire a che intensità lavorare, ne parlo nella guida sull'allenamento in zona 2.

Il trattamento chirurgico.

Se il percorso conservativo ben condotto non riesce più a controllare dolore e limitazione, la strada porta allo studio dell'ortopedico.

La chirurgia protesica ha fatto passi da gigante negli ultimi vent'anni: nuovi materiali e tecniche sempre meno invasive hanno reso la protesi di ginocchio uno degli interventi più frequenti e affidabili.

La prima scelta del chirurgo sarà se intervenire su una metà dell'articolazione o su tutto il ginocchio. Nel primo caso si applica una protesi monocompartimentale, che sostituisce solo la parte colpita lasciando integra l'altra, di solito quella interna. Nel secondo caso l'intervento interessa tutto il ginocchio, con una protesi totale.

Intervento fatto e tutto a posto, vero? Invece no. Ora arriva il bello: la fisioterapia.

La riabilitazione.

Ogni protocollo è cucito addosso al paziente come un vestito su misura, quindi la fisioterapia sarà mirata alle esigenze specifiche.

Negli ultimi anni si è visto come mettere in piedi il paziente già poche ore dopo l'intervento, con l'aiuto degli ausili, favorisca un recupero migliore. La tendenza è iniziare a muovere il ginocchio il prima possibile.

L'obiettivo primario è ottenere la massima estensione del ginocchio, seguita dal recupero della flessione. Nel mezzo entrano molti esercizi di rinforzo muscolare, di equilibrio, e sì: dovrai anche reimparare a camminare. Prima con due stampelle, poi con una, infine senza.

Tutto questo percorso non sarà in discesa: ci saranno giorni con più dolore e giorni in cui il dolore sarà solo un ricordo sbiadito. Ci vorranno settimane prima di tornare completamente autonomi, e nel frattempo avrai bisogno dell'aiuto dei tuoi cari.

Ma una volta concluso il percorso potrai tornare a salire e scendere le scale, camminare in salita, in discesa e su percorsi irregolari.

La prevenzione.

La prevenzione si divide in due parti.

Prevenzione primaria

È la più efficace, perché si basa sulla modifica dello stile di vita e richiede una collaborazione attiva. Si tratta, molto banalmente, di ridurre i fattori di rischio modificabili che abbiamo visto:

  • Gestione del peso corporeo, con un'alimentazione equilibrata.
  • Attività fisica regolare: il movimento stimola la produzione di liquido sinoviale, il lubrificante delle articolazioni, e ha effetti antinfiammatori.
  • Rinforzo della muscolatura di supporto, quella attorno all'articolazione e di tutto l'arto inferiore.
  • Progressione graduale dei carichi, evitando aumenti bruschi e ripetuti a cui il corpo non è preparato.

Una precisazione su un punto che nelle vecchie versioni di questo articolo compariva sempre: "correggere i vizi posturali" non è un obiettivo utile. Come ho spiegato nella guida sulla postura corretta, non esiste una postura sbagliata che causa artrosi. Quello che conta è il carico complessivo, la forza e la varietà di movimento.

Prevenzione secondaria

Riguarda chi ha già la diagnosi, e ha un obiettivo diverso: mantenere la funzione e tenere basso il dolore. Gli strumenti sono gli stessi della primaria, ma applicati con più attenzione alla progressione e alla tolleranza del ginocchio.

La regola pratica: un po' di fastidio durante e dopo l'esercizio è accettabile se si spegne entro 24 ore. Se resta acceso più a lungo, il carico era troppo e va ridotto, non eliminato.

In conclusione.

L'artrosi al ginocchio è una di quelle diagnosi che pesano più di quanto dovrebbero, perché suonano come una condanna. Ma tra la radiografia e la tua vita quotidiana ci sono di mezzo il tuo peso, la forza delle tue gambe e quanto ti muovi.

E su quelle tre cose, per fortuna, decidi tu.

Ci leggiamo alla prossima,
Rob 🙂

[ Il passo successivo ]

Muoversi non consuma il ginocchio. Lo protegge.

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Roberto Bombagi

Roberto Bombagi

Fisioterapista e divulgatore scientifico

Da diversi anni mi occupo di divulgare salute e benessere generale, traducendo la ricerca scientifica su dolore, sonno e stress in cose che puoi applicare davvero, senza scorciatoie e senza allarmismi. La salute non è questione di genetica: con le scelte quotidiane puoi fare molto più di quanto pensi.

Fonti

  1. Bannuru RR, Osani MC, Vaysbrot EE, et al. OARSI guidelines for the non-surgical management of knee, hip, and polyarticular osteoarthritis. Osteoarthritis and Cartilage, 2019;27(11):1578-1589.
  2. Fransen M, McConnell S, Harmer AR, et al. Exercise for osteoarthritis of the knee. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2015;1:CD004376.
  3. Bedson J, Croft PR. The discordance between clinical and radiographic knee osteoarthritis: a systematic search and summary of the literature. BMC Musculoskeletal Disorders, 2008;9:116.
  4. Skou ST, Roos EM. Good Life with osteoArthritis in Denmark (GLA:D): evidence-based education and supervised neuromuscular exercise. BMC Musculoskeletal Disorders, 2017;18:72.
[ Domande frequenti ]

Artrosi: risposte rapide.

Al contrario: l'esercizio è il trattamento con le prove più solide. Stimola il liquido sinoviale che lubrifica l'articolazione, preserva la mobilità e rinforza la muscolatura della coscia, che ammortizza il carico sul ginocchio. Muoversi non consuma la cartilagine.

La cartilagine non torna come nuova, ma il peggioramento non è inevitabile né lineare. In molte persone i sintomi si stabilizzano o migliorano lavorando su peso, forza e attività, anche a radiografia invariata.

Spesso no. Ci sono persone con immagini molto compromesse e poco dolore, e persone con alterazioni modeste e dolore importante. Il quadro clinico e la funzione contano più dell'immagine.

Quando il percorso conservativo ben condotto non controlla più dolore e limitazione, e la qualità di vita è compromessa. È una decisione da prendere con l'ortopedico: oggi è un intervento molto affidabile, ma va fatto al momento giusto.

Un po' di fastidio durante e dopo va bene, se si spegne entro 24 ore. Se resta acceso più a lungo, il carico era eccessivo: va ridotto, non eliminato.